Calipso: l’isola che non c’è (più)

Calipso: l’isola che non c’è (più)

di Simona Vitagliano

Litografia del 1833 con acquerellatura manuale

La Secca delle Fumose sita a Lucrino, a 700 metri dalla costa, è famosa tra gli esperti di sub poiché offre una serie infinita di curiosità da esplorare e da conoscere. Sul fondale si trovano 28 torri (opus Pilarum) su due file ad angolo retto che fanno ben intuire come, nonostante la lontananza odierna dalla terraferma (che in tempi antichi, però, era solo di 300 metri), lì ci fosse sorretto qualcosa.

Si è pensato al famoso “ponte di Caligola“, voluto dall’Imperatore per essere in grado di camminare sulle acque, ma è stato con il ritrovamento del Disegno Bellori che tutto ha preso un senso: si è cominciato a parlare dell’isola di Calipso.

Il Disegno è un affresco del III secolo d. C. ritrovato a Roma nel 1668 e poi purtroppo andato perduto. E’stato però fortunatamente documentato da disegni ed incisioni, a colori e in bianco e nero. Una tra tutte è la copia acquerellata di Francesco Bartoli, conservata nell’Eton College Library. Immagini ricavate nel 2007 dal side-scan sonar mostrano un’area di 160 metri per 100, a 750 metri dalla riva attuale, con i resti dei grandi piloni, di un molo e di una banchina.

Rilievo Teknomar – Presente sugli scritti dell’archeologo Gennaro Di Fraia

Il nome del sito è dovuto al fatto che l’area interessata è di forte attività vulcanica. Tali attività interagiscono anche con l’ambiente subacqueo circostante ed infatti durante le escursioni organizzate dal centro sub della zona è possibile vedere pesci che nuotano con piacere attraverso le bollicine delle fumarole e i getti caldissimi dei geyser.

La storia dell’isola di Calipso però è stata per moltissimi secoli addirittura ignorata ed è soltanto grazie all’interesse dell’archeologo Gennaro Di Fraia che proprio negli anni 2000 molti tasselli sono andati al loro posto.

Nel suo “Un’isola scomparsa ed altre questioni baiane” si legge:

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Duemila anni fa la Secca Fumosa al largo del Lucrino non esisteva affatto (…) Per i bagnanti della prima metà del secolo scorso rappresentava un limite da raggiungere a nuoto, segnato da un piccolo fanale della Marina che aveva assunto il nome ironico di Torre di Pulcinella. I bombaroli a pesca di frodo la consideravano un’area molto promettente e i marinai delle navi da carico alla fonda nei pressi, quando ancora funzionava il porto commerciale di Baia, semplicemente una gran seccatura. E non senza ragione dato che, per effetto dello scarroccio, le navi talvolta urtavano quel misterioso ammasso di scogli sommersi. Per i geologi e i vulcanologi la Secca ha costituito, e costituisce tuttora, un suggestivo teatro sottomarino nel quale hanno luogo evidenti manifestazioni di vulcanismo secondari; i biologi marini, dal canto loro, hanno sempre posto l’accento sulle caratteristiche peculiari dell’habitat venutosi a creare in questo luogo. Gli storici e gli archeologi, infine, hanno sempre saputo che gli “scogli” erano in realtà piloni romani saldamente radicati al fondale, ma difettando di rilievi complessivi e condizionati da vecchie interpretazioni, per lungo tempo non hanno trovato il bandolo della matassa, lasciando che la secca restasse un rompicapo, un enigma irrisolto.

La storia è lunga e ricca di particolari: per secoli si è stati completamente fuorviati da indizi sbagliati e dell’isola di Calipso non si è nemmeno mai parlato.

Dopo i rilievi della Teknomar nel 2007 l’archeologo Piero Alfredo Gianfrotta mise in relazione le scansioni con le fonti classiche e un’interessante pittura di Stabiae e si cominciò ad analizzare questo strano sito.

In sostanza si rese conto che lo strato di massi visibili sul fondale non derivava da resti di crolli, bensì era una struttura voluta dai romani come “base” per la costruzione successiva, che i due moli erano il limite costiero dell’antico Lucrino e che l’isolotto avrebbe avuto la funzione di protezione del canale d’accesso a Lucrino e di base per un faro.

Ancora un dato fuorviante però perchè non sono emerse rovine del faro, e dai rilievi ultimi la situazione è apparsa ancora più complessa.

D’altro canto una piattaforma grande migliaia di metri quadrati sarebbe stata sprecata per ospitare semplicemente un faro!

L’archeologo Gianfrotta a questo punto ha usufruito di quanto trovato nelle fonti classiche: è risalito quindi a Marco Licinio Crasso Frugi, console nel 64 d.C. e figlio dell’ omonimo padre console nel 27 d.C. Come si legge nel “Naturalis Historia” di Plinio, Crasso fu proprietario di Baia e anche “di particolari terme in mezzo ai flutti“. La stessa testimonianza si è ritrovata anche da parte di Pausania: di fronte Dicearchia (ora Pozzuoli) descriveva terme collocate su un’isola artificiale che sfruttavano l’acqua sgorgante in mezzo al mare.

Viaggiando all’indietro nel tempo non si sono trovati altri riferimenti storici a Calipso, anche se va nominato un passo di Seneca dove si scaglia contro coloro che realizzano terme in mezzo al mare.

A questo punto valse la pena incrociare i dati storici e i rilievi moderni con gli altri tipi di documentazioni in proprio possesso: gli affreschi di Stabia con raffigurazioni di ville marittime. Tra questi ce n’è uno raffigurante un paesaggio costiero, con tanto di isolotto artificiale retto da arcate ed occupato da un tempietto, probabilmente destinato a divinità minori connesse alle acque termali sottostanti o al Dio del mare. L’unica differenza sostanziale tra l’affresco e la realtà furono dei portici, le cui tracce non sono state rilevate in nessuna parte del sito archeologico, sebbene molto spesso, anche in altre opere, questo tipo di componenti simboleggiavano solo la presenza di un porto, e non implicavano una corrispondenza nel reale.

Ma l’opera che sicuramente ha un rilievo fondamentale in questa storia è il Disegno Bellori.

Pietro sante bartoli – Dagli scritti di Gennaro Di Fraia

L’opera è del pittore antiquario Pietro Sante Bartoli, che lo ricopiò da un affresco del III secolo d.C. ritrovato sul colle Esquilino a Roma. Fu ripreso da Giovan Battista Bellori e inserito in una sua pubblicazione nel 1673, ristampata in seguito molte volte. Il disegno stesso è stato realizzato, anche parzialmente, da molti altri, incluso Francesco Bartoli, figlio dell’antiquario.

Disegno Bellori: copia acquarellata di Francesco Bartoli, conservata fra i Topham Drawings nell’Eton College Library

Una parte di queste sono conservate in Inghilterra, nella biblioteca reale di Windsor.

La presenza di edifici e di personaggi sembra dare un aspetto particolarmente reale al dipinto, anche se privo di prospettiva e del reale aspetto dei luoghi: più che una città, asserisce il Di Fraia, sembra l’idea che ci si poteva fare di essa.

Sono stati sollevati dubbi sul luogo rappresentato dal Disegno: si è pensato a Roma, Ostia, e soltanto in seguito si è riusciti a dire, con esattezza, che si trattasse di Pozzuoli e più precisamente della parte di mare antistante Lucrino.

Il dipinto infatti, secondo un articolo di H. Solin, venne portato ad Anzio e collocato in un casino della famiglia Pamfili, in visione per dotti e curiosi, per poi sparire sotto una nuova pittura o addirittura un po’ di misera calce. Fu poi in seguito che ricomparve, come detto, sul colle Esquilino.

Ci fu addirittura chi pensò che non si trattasse di un’isola ma di un “errore di trascrizione”, una travisazione dovuta al fatto che, magari, il dipinto originale era stato conservato male e quindi aveva fuorviato nelle informazioni che conteneva o sembrava contenere.

Ogni dubbio venne dissipato dal confronto del Disegno con la costa puteolana, troppo simile e addirittura identica, rispetto ad altre, al luogo raffigurato.

Non rimaneva che dare un nome all’isolotto oramai diventato storia.

Filostrato nella sua “Vita di Apollonio di Tiana” accenna proprio a questo. Apollonio, quando chiede all’allievo di recarsi a Dicearchia (l’attuale Pozzuoli, come si è detto) dice: “E’ meglio che tu vada a piedi e, dopo aver salutato Demercio, volgiti verso il mare, dove si trova l’isola di Calipso: là apparirò ai tuoi occhi“.

Ma perchè il nome Calipso?

La mente riporta all’antico mito di Ulisse e Calipso. Durante il suo viaggio verso Itaca l’eroe greco approdò su un isola, dove incontrò la Ninfa che si innamorò perdutamente di lui regalandogli, invano, l’immortalità.

Arnold Böcklin,1883, Museo d’arte di Basilea

In realtà però, secondo il racconto dell’Odissea di Omero, la Dea del mare era figlia di Atlante e viveva sull’isola di Ogigia, situata dagli studiosi di fronte Gibilterra o, per alcuni, in una grotta in riva al mare ritrovata su di un’isola nei pressi di Malta.

Posti troppo lontani per essere identificati con l’isolotto artificiale flegreo.

In uno scritto del 2000 di G. Camodeca si ritrova: ” I luoghi connessi alle vicende di Calipso alludono sempre in modo generico all’area e al mare flegreo, anzi si precisa il riferimento a un’isola di Calipso”, riferendosi ad uno scritto di Lucio Cassio Dione in merito ad un prodigio operato da un simulacro di Calipso (“a cui quella regione è consacrata”) durante i lavori per la realizzazione di Porto Giulio.

Una storia quindi piena di misteri e di colpi di scena che arriva sino ai giorni nostri.

Una Secca che fino a 2000 anni fa non c’era, era un semplice spazio di mare caratterizzato da emissioni gassose; nella prima metà del I secolo d.C. si pensò di sfruttare queste proprietà gettando cemento “nei flutti”, come si legge dal Di Fraia, dando vita ad un’isola artificiale destinata a sorreggere un edificio termale lasciando sbigottiti intere generazioni di romani, estasiati dal potere che l’umano aveva saputo prendere sulla Natura. Potere che cadde immediatamente dopo la caduta dell’impero, quando il bradisismo fece sprofondare tutto, erodendo i resti tra le onde. L’isola era diventata una semplice secca, sfruttata dai pescatori per l’abbondanza di biodiversità presente nei fondali, dovuta alla presenza dell’acqua termale. Addirittura nel XIII secolo questo tratto di mare è appartenuto alla Chiesa, quando una coppia di Puteolani dell’epoca donò questo “pezzo di mare” alla Santa Congregazione di Pozzuoli in cambio di preghiere per scappare al Purgatorio.

La Secca prese il nome di “Saxa Famosa” (scogli famosi) poichè divenne  potenziale pericolo per i naviganti: fino agli anni ’70 infatti gli “scogli” erano addirittura contrassegnati da un segnale con fanalino.

Si è dovuto attendere il 2001 perchè qualcosa risalisse a galla, quando l’archeologo E. Scognamiglio segnalò la presenza di una pietra d’ormeggio su uno dei piloni.

Il resto è storia, storia recente che racconta di una storia antichissima!

 

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