Che cos’era la Congregazione dei Bianchi? Apre per la prima volta la Cappella dei Giustiziati

Che cos’era la Congregazione dei Bianchi? Apre per la prima volta la Cappella dei Giustiziati

di Silvia Semonella

In queste settimane ha aperto per la prima volta al pubblico la Cappella dei Giustiziati, la cinquecentesca sede della Compagnia dei Bianchi della Giustizia, luogo di segrete riunioni aristocratiche e grandi opere di carità cristiana, nonché base operativa di quello che fu uno dei più rilevanti consessi di laici e religiosi del Regno di Napoli.

Nell’Ottocento, Salvatore di Giacomo descrisse le vicende della celebre istituzione in uno dei suoi reportage, nel quale rievocò la principale occupazione dei confratelli: l’assistenza ai condannati a morte.

Attività che i misteriosi incappucciati svolsero per quattro secoli, accompagnando al patibolo e raccogliendo le ultime volontà di migliaia di giustiziati e documentando ogni cosa nei loro registri, custoditi ora nell’archivio storico diocesano.

Le porte dell’antica confraternita si si sono aperte finalmente al pubblico, all’inizio per due giorni al mese, mostrando luoghi, opere e oggetti mai visti prima.

Una piccola grande impresa se si considera che, anche nei secoli passati, era quasi impossibile entrare nella sede dei Bianchi: soltanto la chiesetta veniva aperta a pochi fortunati e solo per due volte all’anno, a Pasqua e all’Assunzione. Talvolta anche il 2 Novembre, quando, cioè, aveva luogo la cosiddetta “Processione delle ossa”, una sorta di simbolico funerale collettivo, dedicato a quei giustiziati che non avevano potuto ricevere le esequie nei mesi precedenti, il cui corteo, con tanto di carri addobbati e giganteschi ceri, partiva dalla chiesa di S. Maria di Loreto e si concludeva nel cortile del Real Casa di S. Maria del Popolo degli Incurabili.

L’estrema riservatezza fu una delle caratteristiche della Congregazione, i cui membri erano, appunto, sempre coperti da un lungo abito bianco con tanto di cappuccio, e ai quali era proibito far trapelare notizie sulla vita dell’organizzazione e dei confratelli, quasi tutti nobili di alto rango e uomini di chiesa.

Una segretezza ai limiti dell’esoterismo, che spaventò non poco i governanti, in particolare re Filippo II che, temendo una congiura anti-spagnola, ne ordinò lo scioglimento nel 1583.

Si trattava però, di un’istituzione troppo importante per cancellarla definitivamente all’improvviso; basti pensare che tra le iniziative dei confratelli vi fu la creazione del Pio Monte, primo istituto di credito del Meridione e tra le più antiche banche al mondo.

Così, dopo qualche tempo, fu autorizzata la riapertura della Compagnia dei Bianchi, ma alla condizione che vi facessero parte solo gli ecclesiastici.

La vera eredità dei Bianchi, in realtà, oltre i tesori artistici, è l’immenso elenco di nomi, dati e dettagli personali relativi ad artigiani, commercianti, medici, studenti, soldati (questi spesso scelti con l’atroce sistema della “decima”): uomini e donne condannati a morte per ragioni spesso ignote; sugli elenchi, alla voce “reato” c’è scritto “imprecisato”.

Poi la giustizia borbonica prese di mira quei patrioti che avevano inseguito il sogno di libertà e uguaglianza nella sfortunata Rivoluzione napoletana.

Tra i tanti: il famoso medico e scienziato napoletano Domenico Cirillo, docente agli Incurabili e massone, e il professor Mario Pagano, grande giurista, per il quale intervenne addirittura lo zar Paolo I, con una lettera a Ferdinando I. L’appello restò inascoltato dal re, che ignorò anche la richiesta dei Bianchi di non far lasciare i corpi dei giustiziati appesi tutta la notte (la plebe, infatti, li faceva a pezzi e li mangiava, letteralmente).

Nel tempo, la Compagnia, fondata da Giacomo della Marca, al secolo Domenico Gangala, morto nel 1476, riunì importanti uomini di fede, alcuni dei quali diventeranno addirittura santi o beati, come Alfonso Maria de’ Liguori (l’autore di “Tu scendi dalle stelle”), Gaetano da Tiene (fondatore dei Teatini), Francesco Caracciolo (detto il “cacciatore di anime”) e altri, oltre a diversi papi, cardinali e vescovi.

La missione di tutti era quella di “…procurare la salute dell’anima di quelli che sono a morte condannati et visitare i miserabili imprigionati e gli spedali de li ammalati e quelli spetialmente di mali incurabili infermi”; del resto, la storia della Congregazione è strettamente legata a quella degli Incurabili, per secoli il più importante ospedale del Sud.

Anche nelle stanze della Compagnia si fecero apprezzare le più abili maestranze dell’epoca, tra cui Giovanni da Nola, Dioniso Lazzari, Giovanni Balducci, Giovan Battista Benaschi, Andrea Merliano, Lorenzo Vaccaro, Camillo Spallucci e Paolo De Matteis.

Tra le opere più particolari, troviamo una scultura del XVII secolo nota come “La scandalosa”, che veniva mostrata alle ragazze a rischio di prostituzione, per convincerle a cambiare strada, che illustrava nel modo più sconvolgente e scandaloso gli effetti della sifilide sul corpo di una bellissima ragazza.

Fonte: piergiorgio.it

Tra gli oggetti sopravvissuti, che i visitatori avranno la fortuna di ammirare, troviamo anche un singolare teschio, di cui Salvatore Di Giacomo fece una descrizione, pubblicata poi nella raccolta “Luci e Ombre napoletane” del 1914: “Questo, disse il custode, è il teschio di un soldato spagnuolo che fu fucilato. Ebbe la palla in fronte. Ecco… – e mise l’indice in un buco nero che aveva proprio forato quella fronte in mezzo –  questi sono gli abitini che portavano i condannati, questi i libretti in cui leggevano le ultime preghiere, queste le armi che ancora nascondevano”.

E più avanti: “è vero – chiesi al canonico –  che si conservano pure le corde che accorsero per appiccarli? – Si è sempre detto così ma non è vero. Le corde erano raccolte dai fratelli perché il boia non ne facesse commercio. Si è sempre fatto a questo modo da quando i carnefici le cominciarono a barattare e i popolani a comprare, per portarne addosso qualche pezzetto contro il malocchio…”.

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