Eduardo De Filippo, una vita per il teatro

Eduardo De Filippo, una vita per il teatro

di Silvia Semonella

… è stata tutta una vita di sacrifici e di gelo. Così si fa il teatro e così ho fatto! Ma il cuore ha tremato sempre tutte le sere! E l’ho pagato, anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato”.

Questa era l’opinione di Eduardo De Filippo su quello che sarà l’amore più grande della sua vita: il teatro.

Figlio naturale dell’attore e commediografo Eduardo Scarpetta e della sarta teatrale Luisa De Filippo, Eduardo e i suoi fratelli furono riconosciuti come figli dalla madre, da cui assunsero il cognome.

Fonte: armadillofurioso.it

Eduardo Scarpetta, infatti, sposato il 19 Marzo 1876, con Rosa De Filippo ebbe tre figli, Domenico Maria e Vincenzo, mentre dalla relazione extraconiugale con la nipote Luisa De Filippo nacquero Eduardo, Titina e Peppino.

Fonte: armadillofurioso.it

Eduardo nasce nel quartiere Chiaia e, a soli quattro anni, è condotto per la prima volta su un palcoscenico, portato in braccio da un attore della compagnia di Scarpetta, in occasione della rappresentazione dell’operetta “La Geisha”, al teatro Valle di Roma.

Nel 1909 i tre fratelli si ritrovano insieme sul palcoscenico del Valle di Roma per una recita di “Nu ministro nmiez’ e guaie”, opera del padre.

Qualche anno dopo va in collegio ma, nel periodo estivo, continua a recitare, provando anche nel cinema, ma l’esperienza è durissima e termina presto.

Nel 1913 recita con Enrico Altieri, considerato il maggiore attore drammatico e popolare napoletano, dopo il successo ottenuto con “Assunta Spina” di Salvatore di Giacomo.

La compagnia dà drammi nella tradizione popolare, opere del Teatro d’Arte e, ogni Venerdì, una farsa. Mentre nei drammi a Eduardo vengono affidate piccole parti, nelle farse interpreta ruoli più importanti.

Il lavoro è durissimo: si prova dalle dieci del mattino fino alle dodici, poi si mangia e all’una iniziano le recite, tre spettacoli completi al giorno.

Sul palcoscenico dell’Orfeo, Eduardo scopre anche il mondo delle macchiette e del teatro di varietà e fa amicizia, in un camerino di “quello sporco locale” che a lui pare “bello e sontuoso”, con Totò.

Nel 1917 i tre De Filippo si riuniscono per la prima volta nella compagnia per recitare al Mercadante, al Trianon e al Fiorentini; la loro convivenza artistica dura pochissimi mesi, in giro per l’Italia centro-meridionale.

Nel 1920 viene richiamato alle armi e presta servizio nella caserma dei Bersaglieri di Roma, dove viene subito incaricato di organizzare recite con i soldati (Titina gli dava una mano coni ruoli femminili) e scrive atti unici per i bersaglieri-attori, mentre la sera può lasciare la caserma per recitare al Valle.

In questo periodo, incomincia ad abbinare il ruolo di attore a quello di autore: scrive l’atto unico “Farmacia di turno”, che la compagnia di Vincenzo (il fratellastro) mette in scena nel 1921.

Terminato il servizio militare riprende a calcare i palcoscenici con regolarità, sempre con la compagnia di Scarpetta.

Scrive “Ho fatto il guaio? Riparerò”, commedia in tre atti, che andrà in scena quattro anni dopo ai Fiorentini di Napoli, con il nuovo titolo “Uomo e galantuomo”.

Nel 1929, sempre ai Fiorentini, Eduardo e Peppino hanno successo con lo spettacolo “Prova generale, tre modi di far ridere” (la risata semplice, la risata maliziosa e la risata grottesca).

Nel 1931, insieme a Peppino e Titina, forma la compagnia del “Teatro Umoristico – I De Filippo”, che durerà fino al 1944.

Recitano con successo in varie città ma il vero debutto della compagnia, che comprende altri attori del calibro di Alfredo Crispo, Tina Pica e Dolores Palumbo, avviene quasi alla fine dell’anno con “Natale in casa Cupiello”, forse la commedia più conosciuta di tutti i tempi.

Fonte: Youtube – maxresdefault

Nata come atto unico, Eduardo aggiunse successivamente altri due atti, quello di apertura e quello conclusivo. Più volte definì la commedia come “un parto trigemino con una gravidanza durata quattro anni”.

Nel Natale eduardiano, tutto ruota attorno ad un pranzo natalizio, che viene scosso da un dramma di gelosia. Sullo sfondo, il ritratto tragicomico del protagonista Luca Cupiello, figura ingenua di un vecchio con comportamenti fanciulleschi, immerso nelle sue fantasie e nel suo amore incondizionato per il presepe, cui si dedica con passione infinita, apparentemente incurante delle tragiche vicende familiari.

Probabilmente, Eduardo fece riferimento ad eventi autobiografici, sebbene mai confermati dall’autore: i nomi dei protagonisti (Concetta e Luca), comunque, sono gli stessi dei suoi nonni.

Eduardo e Peppino, a questo punto, soci nell’impresa teatrale, riescono a passare dall’avanspettacolo in un vero teatro, firmando un contratto con l’impresario del Sannazaro, teatro elegante, frequentato dalla Napoli bene, da intellettuali e artisti, che rimane la sede stabile della compagnia fino al 1934.

Nella stagione 38/39 Titina abbandona la compagnia insieme al marito Pietro Carloni mentre Eduardo, nel 1940, scrive la commedia in tre atti “Non ti pago”.

Intanto, cominciano a deteriorarsi i rapporti tra Eduardo e Peppino, ma la crisi fortunatamente rientra, anche se per poco, e i due stipulano un nuovo contratto triennale, con Eduardo a capo della direzione tecnico-artistica e Peppino di quella amministrativa.

Nel mese di Ottobre si riconciliano anche con Titina, che ritorna in compagnia.

Nel 1944 i De Filippo tornano a Napoli e, nel ’45, Eduardo scrive un altro dei suoi capolavori “Napoli Milionaria”.

Questo successo, dal punto di vista artistico, si accompagna al deterioramento della sua vita personale: si consuma, infatti, la definitiva rottura, per dissapori artistici, con Peppino.

Eduardo, a questo punto, nel 1946, rappresenta “Questi fantasmi” e, di lì a poco, l’opera che lo consacrerà definitivamente come uno dei drammaturghi migliore di tutti i tempi: “Filumena Maturano”, scritta appositamente per la sorella Titina, della quale diventerà il cavallo di battaglia.

Fonte: vocedinapoli.it

Negli anni successivi, comincia a maturare in lui l’idea di aprire un teatro tutto suo; comincia quindi a fare piani per rimettere in piedi il San Ferdinando, distrutto dalle bombe.

Proprio per finanziare i lavori di ristrutturazione, nel 51/52 non forma la compagnia e fa del cinema.

Nel 1954, finalmente, inaugura il suo San Ferdinando con “Palummella zompa e vola” e, dopo una lunga convalescenza, torna in scena anche Titina con “Monsignor Perelli”, per la regia di Roberto Rossellini, ma sarà il suo ultimo spettacolo.

Allo stesso tempo, fonda una seconda compagnia, “La Scarpettiana”, che dirige lui stesso senza però recitarvi, con l’intento di far rivivere il repertorio paterno; ne faranno parte Beniamino e Pupella Maggio, Salvatore Cafiero, Franco Sportelli, Carla del Poggio, Franca May, Vera Nandi, Enzo Petito e tanti altri.

Nel 1972, partecipa alla World Theatre Season di Londra e rappresenta con la sua compagnia “Napoli Milionaria” e, inoltre, riceve all’Accademia dei Lincei, il “Premio Internazionale Feltrinelli” per la rappresentazione de “Il sindaco del rione Sanità”.

Negli anni che vanno dal ’77 all’ ‘ 81 riceve la laurea honoris causa dall’università di Birmingham, apre la scuola di drammaturgia di Firenze, riceve la laurea honoris causa in lettere dall’università di Roma; sempre qui, comincia i suoi corsi di drammaturgia, dei quali detiene la cattedra, e viene nominato senatore a vita.

Da senatore a vita, lottò particolarmente, in Senato come sul palcoscenico, per i minori rinchiusi negli istituti di pena.

La sua vita privata fu frenetica e confusa nel periodo pre-bellico ma trovò pace e serenità negli anni della vecchiaia.

Tre sono state le donne importanti della sua vita: Dorothy Pennington, una giovane e colta americana che sposò nel 1928 a cui fece seguito l’annullamento nel 1952, Thea Prandi, madre dei suoi due figli Luisa e Luca, sposata nel Gennaio del 1956, e, infine, Isabella Quarantotto, scrittrice e sceneggiatrice, sposata nel 1977.

Nel corso di pochi anni subì gravi lutti familiari: prima la morte della figlia Luisella, nel Gennaio del 1960, poi quella della moglie e infine l’addio alle scene e la morte, nel 1963, della sorella Titina, da sempre “ago della bilancia” tra le due forti personalità di Eduardo e Peppino.

Proprio con il fratello, al di fuori del palcoscenico, ebbe sempre un rapporto molto conflittuale fino a prima della morte di Peppino, con il quale non si riconcilierà mai del tutto.

A riguardo, una sera al Teatro Duse a Bologna, dirà: “Adesso mi manca. Come compagno, come amico, ma non come fratello”.

Il 4 Marzo nel 1974, durante la rappresentazione di “Gli esami non finiscono mai”, ebbe un malore e gli fu applicato un pace-maker; morì il 31 Ottobre 1984.

Dopo l’allestimento della camera ardente al Senato e le solenni esequie trasmesse in diretta televisiva, fu sepolto al cimitero del Verano.

L’opera e l’azione di Eduardo sono state decisive per la sua scelta di adottare il parlato popolare, conferendo in questo modo al napoletano la dignità di lingua ufficiale, elaborando una lingua teatrale che travalicò napoletano ed italiano per diventare una lingua universale.

Grazie a lui il “teatro dialettale”, sempre considerato di secondo ordine dai critici, divenne finalmente “teatro d’arte”.

Come disse proprio lui, infatti: “Napule è ‘nu paese curioso: è ‘nu teatro antico, sempre aperto. Ce nasce gente ca senza cuncierto scenne p’ ‘e strate e sape recita’” .

Fonte: danteact.org

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