Giambattista Basile, autore che rivoluzionò con le sue fiabe in napoletano

Giambattista Basile, autore che rivoluzionò con le sue fiabe in napoletano

di Silvia Semonella

“… Fa pigliare lo core de no drago marino e fallo cucinare da na zitella zita, la quale, a l’adore schitto de chella pignata, deventarrà essa perzì co la panza ‘ntorzata; e cotto che sarrà sto core, dallo a manciare a la regina, che vedarrai subbeto che scirrà prena comme si fosse de nove mise…”.

da La cerva fatata

Lo Cunto de li Cunti, overo tratenimento de’ peccerille è una raccolta di 50 fiabe scritte in lingua napoletana da Giambattista Basile, edite tra il 1634 e il 1636 a Napoli.

Un po’ di storia

Giambattista Basile nacque a Giugliano in Campania nel Febbraio del 1566, fu battezzato nella parrocchia di San Nicola, dove è riportata la data della sua nascita.

Nonostante ciò, non si hanno notizie certe dei suoi primi anni di vita; raggiunta la giovinezza, si spostò dal suo paese e vagò per l’Italia per diversi anni.

Si arruolò come soldato mercenario al servizio della Repubblica di Venezia, spostandosi tra Venezia e Candia (l’attuale Creta).

I primi documenti della sua produzione letteraria risalgono al 1604; l’anno seguente venne messa in musica la sua villanella Smorza crudel amore. Rientrato a Napoli nel 1608, pubblicò il poemetto Il pianto della vergine e il dramma in cinque atti La venere addolorata. Qui fu governatore di vari feudi per conto di alcuni signori meridionali, tra cui Avellino, Montemarano e Lagolibero.

Fu fratello di Adriana, celebre cantante dell’epoca, che raggiunse il primato del canto nella penisola, ai tempi in cui si impose la figura della virtuosa.

Morì a Giugliano in Campania il 23 Febbraio 1632, dopo aver compiuto 66 anni e venne sepolto nella chiesa di Santa Sofia.

Opere

Fonte: graphe.it

L’opera sicuramente più significativa dello scrittore napoletano è il già citato Cunto de’ li Cunti; l’opera è conosciuta anche con il titolo improprio, ma significativo, di Pentamerone: improprio perché non è quello che gli assegnò l’autore, bensì il curatore nella dedica della prima giornata; significativo perché allude agli stretti rapporti che collegano l’opera al Decameron di Boccaccio.

L’opera è composta da 50 fiabe, distribuite in 5 giornate e narrate da 10 novellatrici; il rimando a Boccaccio è chiaro, oltre che nella struttura, anche nell’appello iniziale del narratore alle “femene” (le donne, destinatarie prime dei racconti), nella presenza di una brigata di narratori, il ritiro in un luogo appartato, i giochi e gli intrattenimenti del gruppo e la presenza di componimenti in versi alla fine delle quattro giornate.

Ogni racconto presenta la stessa struttura e la stessa logica: come incipit e chiusura c’è un proverbio che ha il compito di smorzare il tono audace e forte del racconto stesso.

Nel Cunto, anche i protagonisti sono fuori dagli schemi: la brigata, per esempio, non è più quella degli aristocratici giovani che trascorrono il loro tempo in piacevoli diletti, ma di donne del popolo.

Fonte: bookciackmagazine.it

Le novellatrici del Cunto sono donne deformate in modo grottesco, secondo un gusto barocco; ciò è chiaro anche dai nomi e dagli appellativi che le caratterizzano: Zesa scioffata (sciancata), Cecca storta, Meneca vozzolosa (gozzuta), Tolla nasuta, Popa scartellata (gobba), Antonella bavosa (bavosa), Ciulla mossuta (labbrona), Paola sgargiata (strabica), Ciomettella zellosa e Iacova squaquarata. I loro intrattenimenti sono giochi popolari e i versi che chiudono le giornate hanno uno scopo satirico e di denuncia dei mali sociali come ipocrisia, corruzione e falsità.

Ci troviamo in un ambiente favoloso e indeterminato, popolato da esseri fantastici (orchi, fate e animali parlanti), governato da magie e metamorfosi; il tutto raccontato con una comicità caratteristica e con un dialetto finissimo ed elaborato, che hanno reso l’opera immortale e famosa nei secoli a venire.

… La quale cosa vista lo re, corze a farele soppressa de le braccia; e, fattola sedere sotto lo vardacchino, le mese la corona ntesta, comannanno a tutte che le facessero ncrinate e leverenzie, comme a regina loro. Le sore, vedenno chesto, chiene de crepantiglia, non avenno stommaco de vedere sto scuoppo de lo core lloro, se la sfilare guatte guatte verso la casa della mamma, confessanno a dispetto loro: ca pazzo è chi contrasta co le stelle …

da “La gatta cenerentola”.

Favole di ieri e di oggi

Fonte: brividoesganascia.it

I magici racconti di Basile sono stati portati anche al cinema, nel 2015, con la regia di Matteo Garrone. La pellicola è divisa in episodi e prende spunto da tre fiabe: La cerva, La pulce e La vecchia scortecata; è stata presentata al Festival di Cannes, ha vinto ben sette David di Donatello e vede come protagonisti Salma Hayek e Vincent Cassel.
“La gatta Cenerentola” è, sicuramente, la fiaba più famosa di Basile ed è stata portata a teatro da Roberto De Simone nel 1976, con la Nuova Compagnia di Canto Popolare. È molto diversa nei dettagli fondamentali, rispetto a quella che conosciamo noi, ovviamente, ma fu sicuramente di ispirazione per Pierrault: Cenerentola, infatti, qui, uccide la matrigna; allo stesso modo, la novella “Sole, Luna e Talia” ha ispirato “La Bella Addormentata” ma, secondo lo stile grottesco e cupo di Basile, qui la fanciulla viene svegliata con uno stupro e non con un bacio.

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