Gioacchino mettette ‘a legge e Gioacchino fuje acciso!

Gioacchino mettette ‘a legge e Gioacchino fuje acciso!

di Ilenia Viglietti

Questo antico modo di dire napoletano si riferisce a Gioacchino Murat, Re di Napoli e cognato di Napoleone Bonaparte.

Murat era figlio di un albergatore francese e sposò la sorella minore di Napoleone, Carolina Bonaparte. Fu proprio lo stesso Napoleone a nominarlo Re di Napoli nel 1808.

Il Re fu subito visto di buon occhio dai napoletani, in quanto Murat era considerato elegante, valoroso, coraggioso e intenzionato a combattere la miseria.

Durante il suo regno sì occupò di diverse opere di pubblica utilità, come Il ponte della Sanità, Via Posillipo ed il Campo di Marte, l’attuale zona di Capodichino, che all’epoca era utilizzata per scopi militari.

Nel 1809 Murat introdusse il Codice Napoleonico, il codice civile ancora in vigore in Francia, in cui vennero legalizzati matrimonio civile, divorzio ed adozione.

Per tanti aspetti il nuovo Re era quindi accettato e benvoluto dal popolo, ma non era ben visto dal clero, che lo riteneva un personaggio scomodo.

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Murat tradì Napoleone Bonaparte, che in realtà lo considerava al pari di un vassallo e non un vero Re, e decise di firmare un’alleanza tra Regno di Napoli ed Austria.

Il congresso di Vienna però impose la restituzione del Regno di Napoli ai Borboni ed il Re fu quindi costretto a fuggire.

Nel 1815 Murat partì dalla Francia, dove si era rifugiato, per tornare a Napoli e riprendersi il trono, ma giunse in Calabria, a causa di una tempesta, dove venne arrestato dalla Gendarmeria Borbonica.

Venne condannato a morte, nel castello di Pizzo Calabro, con una sentenza in base al Codice Penale promulgato dallo stesso Murat che prevedeva la massima pena per chi si fosse reso autore di atti rivoluzionari.

Murat ascoltò la sua condanna, scrisse in francese una lettera alla moglie ed ai figli esiliati, che spedì insieme ad una ciocca dei suoi capelli, si confessò ed affrontò il plotone di esecuzione rifiutando la benda.

Le sue ultime parole furono:

« Risparmiate il mio volto, mirate al cuore, fuoco! »

Fonte: wikipedia

Gioacchino Murat, quindi, morì in attuazione di una legge da lui stesso imposta.

Il tragico evento dello sfortunato Re è ricordato ancora oggi con queste parole particolari anche se il popolo napoletano ha sempre, in qualche modo, preso in giro i potenti. Anche i Re.

Infatti con questa frase, che ha un importante riferimento storico risalente ad oltre duecento anni fa, si parla di Gioacchino come se fosse un amico, una persona del popolo.

Il detto viene pronunciato quando una persona si ritrova in una brutta situazione per sua stessa volontà o negligenza. Insomma quando il problema viene creato da coloro i quali alla fine sono costretti a subirlo, come a dire, a distanza di due secoli, “chi è causa del suo male pianga se stesso”.

In altre parole, invece, può essere visto come un invito a fare attenzione in quanto le decisioni ed i gesti possono ritorcersi contro noi stessi.

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