Il cimitero delle 366 fosse, il cimitero dei poveri

Il cimitero delle 366 fosse, il cimitero dei poveri

di Silvia Semonella

Poco distante dall’ospedale degli Incurabili, alla cui storia è strettamente legato, sorge un luogo misterioso e solitario, sconosciuto ai più: il cimitero detto “Lo Tridici” o “delle 366 fosse“.

Come sempre, Napoli e i Borbone sono sempre stati un passo avanti e il cimitero, realizzato nel periodo aureo dell’illuminismo napoletano, anticipò di circa quarant’anni l’editto napoleonico di Saint Claude (1804), inaugurando l’usanza di collocare i cimiteri oltre il perimetro delle mura cittadine.

Il cimitero si chiama, in realtà, cimitero di Santa Maria del Popolo e oggi è completamente dimesso; fu commissionato, nel 1762, da Ferdinando IV di Borbone, che sostenne la proposta fatta dall’ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili, all’architetto Ferdinando Fuga.

Sorge ai piedi della collina di Poggioreale, chiamata all’epoca monte di Leutrecco o Lo Trecco, che sarà poi deformato in “Trivice”, da cui deriverà il nome “cimitero dei Tredici”.

Il cimitero fu il primo vero esempio di area dedicata in modo specifico ai più poveri, coloro cioè che non potevano permettersi una vera e propria sepoltura.

Ciò dimostra la grande attenzione del re Ferdinando IV di Borbone verso le classi meno abbienti: il cimitero, infatti, fu realizzato di pari passo con il Real Albergo dei Poveri, progettati entrambi da Ferdinando Fuga.

Fu il primo in assoluto ad essere costruito al di fuori delle mura cittadine, facendo abbandonare sempre di più l’usanza di sotterrare i morti nelle cavità di ospedali, grotte, chiese e, in particolare, in una grande cavità, detta “piscina” posta sotto l’ospedale degli Incurabili.

L’area cimiteriale è stata ufficialmente chiusa nel 1890, dopo aver accolto più di settecentomila corpi.

Fonte: vienianapoli.it

Il cimitero è articolato in forma di quadrato perimetrato da una muratura, che sul lato di ingresso ospita un edificio rettangolare destinato ai servizi.

All’interno, il grande cortile è suddiviso in 366 ambienti ipogei disposti in 19 file per 19 righe, cui vanno aggiunte 6 fosse disposte nell’atrio dell’edificio rettangolare (scomparse nell’ampliamento del 1871).

Ciascuna fossa, cui si accedeva dall’alto mediante un tombino, aveva una profondità di 7 metri e una pianta di 4.20 per 4.20 metri ed era segnata sulla pietra di copertura con la data del giorno stabilito per l’apertura annuale, scritta con numerazione araba.

La particolarità e l’unicità di questo cimitero consiste nel suo impianto, concepito in modo tale da consentire l’inumazione ordinata dei morti secondo un criterio cronologico.

Le 366 fosse, infatti, consentivano di gestire tutte le sepolture durante l’anno, tenendo conto anche degli anni bisestili.

Ogni giorno veniva aperta una fossa diversa, che la sera veniva poi richiusa e sigillata. La sequenza, che prevedeva l’utilizzazione di tutte le fosse, era fissata secondo un criterio logico: si partiva il 1° di ogni anno dalla riga confinante col muro opposto all’ingresso, procedendo da sinistra a destra sino alla 19-ma fossa e da destra a sinistra nella riga successiva e così alternando, fino ad esaurimento.

Con questo sistema si riduceva al minimo lo spostamento del macchinario per il sollevamento delle lapidi di basalto, utilizzato anche per calare il corpo nella fossa, che venne donato nel 1875 da una baronessa inglese che, avendo perso la figlia durante un’epidemia di colera, volle contribuire a facilitare le operazioni di sepoltura nel cimitero.

Fonte: viaggiandonelmondo.it

C’è chi crede fermamente che il cimitero sia un luogo sacro e allo stesso tempo esoterico, con apparizioni e sedicenti fenomeni sovrannaturali: con la sua forma quadrata, con le sue lapidi, la sua storia sembra ricordare un enorme tempio di una religione oggi non più praticata né conosciuta.

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