La storia napoletana del Gatto con gli Stivali

La storia napoletana del Gatto con gli Stivali

di Silvia Semonella

Continua il nostro percorso nel mondo fiabesco creato da Giambattista Basile ne’ “Lo cunto de’ li cunti”.

Fonte: Graphe.it

Questa volta, scopriremo un’altra novella, “Cagliuso”, diventata poi di ispirazione per la famosissima fiaba de’ “Il gatto con gli stivali”.

Qual è, quindi, la vera storia?

La trama originale

C’era una volta, nella città di Napoli, un vecchio pezzente miserabile e senza un soldo, con le tasche così vuote che se ne andava in giro nudo come un pidocchio. Un giorno che sentì la morte avvicinarsi, chiamò a sé i suoi due figli, Oraziello e Pippo, dicendo loro: “Sono stato ormai citato in giudizio a pagare il mio debito con la Natura; e credetemi, se siete dei buoni cristiani, che proverei un gran sollievo alla sola idea di essere finalmente liberato da questo inferno di affanni, da questo porcile di travagli, se non fosse che vi lascio una miseria immensa quanto la chiesa di Santa Chiara, abbandonati come straccioni sulle cinque vie di Melito, puliti come la bacinella di un barbiere, leggeri come l’acqua e secchi come il nocciolo di una prugna, senza una briciola di beni che trasporterebbe una mosca su una zampa sola che, manco se correste cento miglia potreste perdervi per strada uno spicciolo. E tutto questo perché il destino infame e crudele mi ha condotto alla merda dei cani, e come cacca son rimasto anche io, tanto che ora mi abbandona perfino la vita, e come mi vedi, così mi puoi descrivere, che, come sempre, come sapete ho fatto sbadigli e segni della croce, e alla fine sono andato a letto senza candela.

Nonostante tutto, ora che sto per morire, voglio lasciarvi ugualmente un segno d’amore; perciò, a te Oraziello, che sei il mio primogenito, voglio lasciare quel setaccio che sta appeso al muro e con il quale ti potrai guadagnare da vivere; e tu, che sei il cucciolo di casa, prendi la gatta e ricordatevi sempre del vostro papà”. Scoppiò in lacrime e morì.

Oraziello, sepolto il padre, prese con sé il setaccio e cominciò a guadagnarsi da vivere girando qua e là. Pippo, invece, prese con sé la gatta e, quando cominciò a lamentarsi per la grama eredità lasciatagli dal padre, la gatta parlò e disse che se avesse voluto avrebbe potuto farlo diventare ricco in un battibaleno.

In seguito alle preghiere e alle suppliche del ragazzo, la gatta ebbe compassione del povero ragazzo e, ogni mattina, quando il sole sorgeva, s’appostava sulla spiaggia di Chiaia o alla Pietra del Pesce e, dopo aver avvistato qualche bella orata o qualche grosso cefalo, le pescava e le andava a consegnare al re, portando gli omaggi di “Cagliuso”.

Qualche altra volta, la gatta si recava in zone di caccia, nella palude o agli Astroni e si appostava, aspettando che i cacciatori facessero cadere le loro prede; le catturava e le portava di corsa al re, ripetendo ogni volta le stesse parole.

Dopo un po’ di tempo, il re, lusingato da questo trattamento, disse alla gatta che aveva il desiderio di conoscere questo Cagliuso, in modo da ricambiare tutta la gentilezza usata nei suoi confronti; la gatta rispose che prima o poi Cagliuso sarebbe venuto a farli visita ma, un giorno, si presentò al re, porgendo le scusa da parte del padrone, che non sarebbe potuto andare al castello perché rimasto senza vestiti, a causa di alcune cameriere fuggite con il suo guardaroba.

A quel punto, il re subito ordinò di portare abiti e biancheria a Cagliuso e, una volta arrivato al castello, gli fece preparare un pranzo luculliano.

Finito il pranzo, dopo aver mangiato e chiacchierato in abbondanza, Cagliuso si congedò, lasciando la gatta sola con il re. Questa cominciò a tessere le lodi del suo padrone, lodandone le varie ricchezze sparse per le campagne lombarde e romane, facendogli notare che una tale virtù lo rendeva degno di diventare parente di un sovrano.

Il re volle sapere a quanto ammontasse il patrimonio di Cagliuso, ma la gatta rispose che non si poteva tenere conto dei mobili, degli stabili e delle suppellettili di questo riccone ma, che se il re avesse voluto informarsi, avrebbe potuto inviare i suoi fedeli a vedere e avrebbe avuto la prova che non v’era al mondo ricchezza più grande.

Il re, a questo punto, mandò a chiamare i suoi dignitari e ordinò loro di prendere informazioni sui possedimenti di Cagliuso; essi, quindi, seguirono la gatta, la quale, con la scusa di fargli trovare un po’ di frescura per strada, appena furono fuori dai confini del regno, quatta quatta li distanziò e, ogni volta che incontrava una mandria di vacche o un gregge di pecore diceva a gran voce ai pastori e ai guardiani: “ehi, voi, se ci tenete alla pellaccia, vi consiglio di andarvene subito, perché ci sono in giro dei banditi che razziano per tutta la campagna! Perciò, se volete salvarvi e preservare i vostri averi, dite che tutto quello che si trova qui intorno appartiene a Messer Cagliuso e non vi sarà torto un capello”.

Ovunque arrivasse il corteo del re, riceveva la stessa risposta: tutto apparteneva a Messer Cagliuso. I dignitari, a quel punto, tornarono dal re e riferirono quanto visto; il re, quindi, promise un lauto compenso alla gatta se avesse concluso il matrimonio.

La bestiola fece la spola di qua e di là, concluse gli accordi e le nozze furono celebrate.

Il re consegnò una grossa dote a Cagliuso ed egli, dopo un mese di baldoria, disse che desiderava portare con se la sposa a visitare le sue terre, e, accompagnati da re fino al confine, se ne andò in Lombardia, dove, dietro consiglio della gatta, comprò svariate terre e proprietà finchè non diventò un barone.

Cagliuso, arricchitosi sempre di più, ringraziò a non finire la gatta, dichiarandosi suo eterno debitore e aggiunse che poteva fare e disfare della sua vita come più le aggradava e le diede la parola d’onore che, se fosse morta da lì a cent’anni, l’avrebbe fatta imbalsamare e mettere dentro una gabbia d’oro, che l’avrebbe custodita per sempre in camera sua per tenere sempre vivo il suo ricordo. La gatta, di fronte a quelle parole, dopo neanche tre giorni si finse morta e ciò non sfuggì agli occhi della moglie di Cagliuso che, alla domanda di cosa dovesse farne, si sentì rispondere di prenderla per una zampa e buttarla dalla finestra.

La gatta a quel punto si risvegliò e cominciò a maledire Cagliuso, dicendogli: “[…] Questo è quanto guadagnato dopo che ti ho ripulito e rivestito? Dopo che da pezzente, sbrindellato, pidocchioso, straccione e miserabile ti ho sfamato quando morivi di fame e trasformato in gran signore? Si, si, ecco quel che si guadagna a fare del bene agli asini! Vattene e maledetto il giorno che ti ho incontrato, visto che già hai dimenticato tutto quello che ho fatto per te! Vattene, scalzacane, che meriteresti soltanto uno sputo in un occhio per la tua ingratitudine! Bella gabbia d’oro che riavevi costruito, bella sepoltura che avevi programmato per me! Vattene, sgobba tu lavora, fatica, stenta,suda tu, adesso per essere ringraziato in questo modo! Reietto sia chi mette sul fuoco la pignatta per le speranze del suo prossimo. Diceva bene quel filosofo: chi asino nasce, asino crepa! Insomma, chi più fa, meno aspetta. Ma sono solo belle parole e pessimi fatti che ingannano solo i matti e i saggi”.

Non ci fu verso di riacchiapparla e, mentre andava via, diceva:

“Dio ci scampi dal ricco quando è impoverito e dal pezzente quando s’è arricchito”.

Fonte: fiabeinanalisi.it

 

(si ringrazia Paroledautore.net per la traduzione dal napoletano antico all’italiano corrente)

Si conclude così, oggi, questo viaggio intrigante e affascinante nel mondo delle cupe fiabe di Basile!

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