Masaniello, il pescivendolo che guidò la rivoluzione

Masaniello, il pescivendolo che guidò la rivoluzione

di Silvia Semonella

E chi dice che Masaniello poi nero non sia più bello…

Così cantava Pino Daniele in una delle sue canzoni più famose, “Je so’ pazzo”, prendendo in prestito dalla storia napoletana la figura del rivoluzionario per antonomasia.

Ma chi era davvero Masaniello e qual è il periodo storico di cui è stato protagonista?

Tommaso Aniello d’Amalfi è stato il principale protagonista della rivolta napoletana che vide, dal 7 al 16 Luglio 1647, la popolazione napoletana insorgere contro la pressione fiscale imposta dal governo vicereale spagnolo.

Poche e discordanti sono le descrizioni sull’aspetto fisico di quest’uomo: molto probabilmente era basso, bruno di carnagione, capelli castani con un piccolo codino dietro la testa e un paio di baffetti biondi appena visibili.

Vestiva sempre con abiti da umile pescivendolo: camicia e calzoni di tela, con un cappello rosso alla marinara, e camminava sempre scalzo; solo durante il periodo del suo breve “regno” lo vediamo in abiti bianchi con un coltello o un piccolo bastone tra le mani.

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Nella metà del Seicento, Napoli era precipitata in una gravissima crisi socio-economica, aggravata dall’assoggettamento alla corona di Spagna che, combattendo guerre sempre più dispendiose, esigeva da Napoli tasse sempre più alte.

Nel 1647, bastò un pretesto, l’aumento del prezzo della frutta fresca, per far scoppiare la rivolta: i “lazzaroni”, guidati da alcuni capi, tra cui Masaniello e suo cugino Maso, insorsero al grido di “Viva il re di Spagna, mora lo malogoverno!” e, con armi sottratte alle caserme o ai soldati, affrontarono la guardia spagnola e si riversarono nel palazzo reale.

Non si trattò, come racconta la storiografia italiana dell’Ottocento, di una rivolta antispagnola, ma di un’insurrezione scaturita dalle miserevoli condizioni in cui versava il popolo.

Fonte: ècampania.it

L’ira popolare si riversò contro nobili e borghesi, molti palazzi signorili furono dati alle fiamme e furono commessi ogni sorta di delitti. Furono attaccate anche le case di funzionari governativi, come quella di Girolamo Letizia, considerato un infame gabelliere, che fu distrutta e bruciata.

Venne, quindi, insediato un Comitato rivoluzionario nella Chiesa del Carmine.

Il vicerè duca d’Arcos era un uomo inetto per natura e fu assolutamente incapace di affrontare una situazione del genere, che minacciava di espandersi anche alle province del reame.

Il duca ebbe appena il tempo di riparare nel vicino convento di San Luigi e, quando capì che nemmeno lì era al sicuro, fuggì con pochi fedeli nel Castello di Sant’Elmo.

Il capitano della fortezza, però, non potette fare molto per il duca, poiché non disponeva di munizioni e viveri e, quindi, al vicerè non restò niente altro da fare se non ridiscendere in città e accettare le pesanti condizioni imposte da Masaniello.

Proprio il capo dei lazzaroni era consigliato dal letterato Don Giulio Genoino ed ottenne dal vicerè la concessione di una costituzione popolare, redatta dallo steso Genoino, sul modello dei capitoli di Carlo V.

Fonte: ècampania.it

Masaniello fu nominato “Capitano generale del fedelissimo popolo” ma, inebriato dal potere, cominciò ad ordinare provvedimenti ed esecuzioni arbitrarie tanto che la sua breve esperienza rivoluzionaria si concluse appena nove giorni dopo il suo inizio, il 16 Luglio, giorno della sua uccisione.

Quel giorno, Masaniello, affacciato alla finestra di casa sua, pronunciò un discorso farneticante: “Popolo mio…”, così iniziava sempre, “ti ricordi, popolo mio, come eri ridotto…”; descriverà, poi, tutti i vantaggi ottenuti con il suo governo, i privilegi, le gabelle tolte.

Masaniello, però, sapeva che presto sarebbe stato ucciso ed è proprio questo il suo rimprovero: vigilare sulle libertà ottenute.

Qualcosa era cambiato in lui, nel suo fisico ma, soprattutto, nella sua mente: ridotto pelle e ossa, aveva gli occhi spiritati; questo qualcosa lo portò a finire il discorso in maniera sconclusionata, compiendo gesti insulsi, denudandosi addirittura.

I popolani, giunti lì per ascoltarlo, lo derisero, fischiarono, fino a rivoltarglisi contro, probabilmente con l’appoggio dello stesso Genoino (vera mente della rivoluzione).

Masaniello fuggì nella chiesa del Carmine ma fu catturato e ucciso a colpi di archibugio, da un tale di nome Ardizzone, insieme ad alcuni suoi compari.

Uno di questi, Salvatore Catania, lo decapitò e la testa di Masaniello fu portata al vicerè come prova, mentre i resti furono trascinati per l’intera piazza, per poi abbandonarli in pasto ai cani.

Molto triste fu anche la sorte della moglie di Masaniello, Bernardina Pisa, sposata nel 1641, che, rimasta sola, dovette prostituirsi per campare, per poi morire di peste nel 1656.

La rivoluzione non finì con la morte di Masaniello: la città ormai era caduta in uno stato di anarchia, caratterizzato dai continui scontri tra i ceti borghesi, unitisi ai rivoltosi, e la nobiltà napoletana. Ad accentuare il clima di ostilità, contribuì anche l’ingerenza della Francia, che intendeva approfittare dell’occasione per appropriarsi del Regno di Napoli.

Gli scontri si susseguirono violentissimi per tutto Luglio e Agosto, fino alla dichiarazione della Repubblica Napoletana, subito riconosciuta dalla Francia.

Il giorno dopo la morte del rivoluzionario, comunque, alcuni popolani, resisi conto di aver perso un capo, un riferimento, la guida che aveva dato la vita per loro, raccolsero i poveri resti di Masaniello, che furono tumulati, con gli onori militari dovuti a un generale, nella Chiesa del Carmine.

Dopo circa un secolo, però, verranno tolti e dispersi da Ferdinando IV, per timore che il mito di Masaniello potesse rinascere.

I nemici o coloro che sostennero la sua uccisione morirono tutti, da Genoino a Maddaloni, e la rivolta sarà sedata con l’arrivo di Giovanni d’Austria.

Ciò che oggi resta di Masaniello è una lapide nella chiesa del Carmine, una statua nel chiostro ed una piazzetta a suo nome.

Fonte: wikimediacmmons

Secondo Ambrogio da Licata, i suoi resti, invece, sarebbero poco distanti dalla chiesa: nel porto a circa dieci metri di profondità, proprio sotto un silos.

Il mito di Masaniello attraverserà tutta l’Europa, dall’Inghilterra alla Polonia, indissolubilmente legato all’idea di libertà e uguaglianza.

Fonte: lucianopignataro.it

Masaniello è cresciuto, Masaniello è turnat’, je so’ pazzo, je so’ pazzo…

 

 

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