Salvatore di Giacomo: scrittore e giornalista napoletano

Salvatore di Giacomo: scrittore e giornalista napoletano

di Alessia Giannino

Salvatore Di Giacomo nacque a Napoli il 12 Marzo 1860 e fu uno dei più grandi scrittori di fine Ottocento. Figlio di un medico, studiò per volere del padre alla Facoltà di Medicina, che abbandonò nel 1886, in seguito ad una lezione di anatomia. Così Di Giacomo si dedicò completamente a quello che fin da giovane aveva amato in particolar modo: la scrittura. Già nel periodo liceale aveva esordito come giornalista, dando vita al giornale «Il Liceo», venduto a 25 centesimi nel casotto n.1 di Piazza Dante dal libraio Luigi Pierro. Nel 1881 fondò, con Vittorio Pica e altri giovani scrittori e giornalisti, il quindicinale “Il Fantasio” che godette della partecipazione anche di grandi scrittori come Federico Verdinois e Matilde Serao. Dopo la scomparsa della rivista, nel 1883, Di Giacomo pubblicò presso l’editore Pierro le novelle di Minuetto settecentesco, inviando l’opera a Fogazzaro, che rispose con parole lusinghiere. Attraverso le collaborazioni giornalistiche, inoltre, Di Giacomo acquisì molta notorietà nel mondo letterario ed artistico napoletano di fine Ottocento. Collaborò con «Il Corriere di Napoli» e anche con giornali romani come «Capitan Fracassa», «La Cronaca Bizantina» ed il «Corriere di Roma».

Nel 1888 uscì il primo numero del «Corriere di Napoli», che aveva assorbito il «Corriere del Mattino». Questo fu fondato da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, che lo abbandonarono, però, nel 1892 per dedicarsi alla fondazione di «Il Mattino». Di Giacomo inizialmente si dedicò alla cronaca, firmandosi con lo pseudonimo di Salvador e alla cronaca giudiziaria con quello di Il Paglietta; poi ereditò con Roberto Bracco la rubrica «Api, mosconi e vespe» della Serao e, firmandosi con lo pseudonimo di Snob, continuò a scrivere e si rese ancora più conto che l’attività giornalistica non era adatta a lui, in quanto si sentiva un “servitore” e non un giornalista.

Nel frattempo, infatti, Di Giacomo si era dedicato anche alla poesia scrivendo un sonetto Uocchie de suonno che apparve su «Il Corriere del Mattino» e pubblicò poi i «bozzetti Napoletani» Nennella.

Per le sue canzoni Di Giacomo, inoltre, utilizzò molti modi di dire, immagini e ritornelli, dimostrando una grande conoscenza della tradizione popolare. Infatti i suoi soggetti erano tratti dalla vita napoletana e dagli incontri con persone di condizione modesta, come venditrici di pesce o di spille francesi e acquafrescaie.

Nel 1911 Di Giacomo fu ingaggiato dalla casa editrice musicale «Polyphon» e, poco dopo, con essa, esordì con i versi I miei gusti. Salvatore Di Giacomo scrisse e pubblicò anche molte raccolte di novelle mediterranee, tra le quali la più importante e completa fu pubblicata nel 1914 ed era l’edizione definitiva di Novelle Napolitane con la prefazione di Benedetto Croce. Lo scrittore in questi racconti fa emergere i caratteri tipici del popolo partenopeo, così come nelle poesie, descrivendo fatti quotidiani, storie che si intrecciano e che mostrano i pregi e i difetti dei personaggi. Sono storie della quotidianità e portano alla luce anche le tradizioni e la vita culturale di Napoli.

Di Giacomo si dedicò anche al teatro, leggendo già negli anni liceali le opere teatrali degli autori napoletani del Settecento, come Basile, Cerlone e Della Porta e acquistando così un vasto bagaglio teatrale.

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Salvatore Di Giacomo, oltre a scrivere poesie, canzoni, novelle e collaborare con giornali e riviste, nel 1893 assunse anche l’incarico di vice-bibliotecario al Conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli, dove però non lo ritenevano idoneo, perché non competente di musica. L’anno successivo divenne sotto-bibliotecario alla Biblioteca Universitaria di Napoli e, dopo qualche anno, ebbe l’incarico di ordinare la biblioteca dell’Istituto di Belle Arti, entusiasta per la rinnovata comunanza con pittori ed artisti.

Nel 1903 gli fu affidata la direzione della biblioteca Lucchesi Palli, presso la Biblioteca Nazionale di Napoli dove, due anni dopo, nel 1905, conobbe la studentessa Elisa Avigliano, che sposò il 10 Febbraio del 1916, dopo un lunghissimo e complicato fidanzamento.

L’amicizia con Benedetto Croce

Molto importante per la vita di Salvatore Di Giacomo fu l’amicizia con Benedetto Croce. Quest’ultimo aveva conosciuto la poesia digiacomiana sulle riviste locali e, anche se l’apprezzava molto, pensava che non c’era molta felicità nella scelta dei soggetti. La loro amicizia fu molto particolare. Per quanto riguarda la poesia, Di Giacomo aveva il pieno consenso di Croce, ma questo non bastava a rendere il rapporto semplice; infatti, sin dagli inizi degli anni Novanta, si rintracciano rapporti difficili, basti pensare alla recensione dedicata dal poeta al libro sui Teatri del suo amico. Le “crisi” non furono rare. Più volte Croce rimproverò Di Giacomo per il suo trasformismo letterario, rispetto alle esigenze e alla volontà del pubblico, ritenendolo debole. Per questo motivo, Di Giacomo voleva sfuggire alla tutela crociana. Il Teatro li divise pubblicamente; infatti Croce nel disaccordo tra Eduardo Scarpetta e Salvatore Di Giacomo, in seguito alla parodia dannunziana Il figlio di Iorio di Scarpetta, era tra i sostenitori di quest’ultimo. Li univa l’amicizia, ma le idee li dividevano.

Di Giacomo non aveva una posizione politica definibile; era poco interessato alle rivolte di piazza e il suo unico obiettivo era il prosieguo delle attività editoriali. Invece, Croce era molto attivo ed interessato alla vita politica. Entrambi avevano interessi per la storia dei teatri napoletani ed avevano in comune la devozione per Bartolomeo Capasso al quale, dopo la morte, entrambi dedicarono degli scritti. Inoltre Croce, nel 1902, aveva appoggiato la posizione di Di Giacomo, che insieme ad altri si era opposto allo spostamento della Lucchesi Palli e della Biblioteca Nazionale nel complesso del Palazzo Reale. Circa venti anni dopo, nel 1924, però, Croce, divenuto ministro, ordinò il trasloco, rendendo vano tutto il lavoro compiuto in trent’anni da Di Giacomo. Nel 1925 Di Giacomo fu uno dei tanti firmatari del manifesto degli Intellettuali fascisti, redatto da Giovanni Gentile, dicendo addio definitivamente all’amicizia con Croce.

La morte

Successivamente, il 18 Marzo 1929, Salvatore Di Giacomo fu nominato Accademico d’Italia, ma le sue condizioni di salute già erano abbastanza compromesse; infatti, non partecipò a nessuna delle sedute. L’anno successivo, nell’estate del ‘30, durante la villeggiatura a Sant’Agata dei due Golfi, fu colpito da un violento attacco uricemico, seguito da una grave atassia nervosa. Fu riportato a Napoli, ma non si riprese più; infatti l’afasia locomotrice, causata dall’uricemia, lo ridusse all’immobilità.

Nel 1932 si trasferì con la moglie in Via San Pasquale e le sue condizioni di salute erano sempre più preoccupanti. Nel Febbraio del 1934 ebbe un nuovo attacco e nella notte tra il 4 e il 5 Aprile morì. La sua salma fu accompagnata dalle note di Marechiare e Benedetto Croce, per ragioni politiche, non partecipò ai funerali.

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