Suor Giulia e la Setta della Carità Carnale

Suor Giulia e la Setta della Carità Carnale

di Alessia Giannino

A fare la storia di Napoli sono quasi sempre le donne, basti pensare alle origini della città.

Suor Giulia fu una donna che non passò inosservata alle cronache del Seicento Napoletano, infatti sembra che il Bernini abbia preso ispirazione da lei per scolpire l’”Estasi di Santa Teresa”. Per costruire la storia della Suora, dobbiamo fare un grande passo indietro, quando, nel primo Seicento, sotto il vice regno spagnolo, Napoli era al suo massimo splendore. Se da un lato si dipingeva una città ricca e libertina, dall’altro la Chiesa si avviava alla Controriforma.

Giulia nacque in Molise nel 1575, da una famiglia di umili origini. Quando il padre morì, la ragazza fu affidata come domestica ad un mercante di Campobasso, il quale morì qualche tempo dopo e così Giulia seguì la sorella del suo padrone a Napoli. In città la ragazza conobbe un servo, di cui si innamorò. Questo dopo averla sedotta, la abbandonò, lasciandola da sola con un bambino, che aveva dato alla luce e che purtroppo fu costretta a consegnare alla Ruota degli esposti all’Annunziata.

Quando morì la padrona, Giulia ereditò tutti i suoi beni e fece voto di ritirarsi a vita spirituale, nella speranza di riabbracciare il suo bambino. Suor Giulia era una perpetua, che affiancava il padre spirituale della casa che le aveva dato sostegno e protezione, ma quando morì anch’egli, nel 1605, le affidarono un nuovo confessore, padre Aniello Arciero, un uomo di 31 anni, molto affascinante, che colpì da subito Giulia. I due entrarono in confidenza e dalla parole si passò pian piano ai fatti.

Padre Aniello fece convertire la ragazza ad una nuova dottrina di pensiero. Si racconta che l’uomo era vicino alla dottrina del Socino, che metteva in dubbio l’autorità del papa e rifiutava ogni dogma. Inoltre, gli adepti avevano preso alla lettera l’insegnamento “Amatevi gli uni con gli altri”, per cui pensavano che l’atto sessuale (proibito ai religiosi) non era peccato e che il rapporto carnale fosse una forma di “estasi spirituale”.

Approfittando dell’ingenuità di Suor Giulia, padre Aniello e l’avvocato Giuseppe De Vicariis misero in atto un piano, dando vita alla confraternita della “carità carnale”, con sede a Palazzo Suarez. In quegli stessi anni Suor Orsola Benincasa concorreva anche lei al titolo di Santa e non vedeva di buon occhio Suor Giulia, alla quele scagliò contro i Padri Teatini, allora molto temuti.

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La “setta della carità carnale” consisteva nell’adorazione del corpo e delle parti intime di Suor Giulia, chiamate “Porte aperte del Paradiso”, le quali venivano baciate come reliquie e considerare sacre. Il suo concedersi era concepito come un atto di carità, un sacrificio per purificare i peccati degli uomini. La setta a sfondo sessuale, cominciava con un percorso iniziatico e solo chi era graziato, poteva congiungersi con la santa e essere liberato da ogni male. La setta crebbe in modo smisurato, così come la presunta santità della suora. Nel 1606  Deodato Gentile, vescovo di Caserta, iniziò ad insospettirsi e così aprì un’inchiesta sulle doti della suora. Scoppiò lo scandalo e nel 1611 fu deciso di allontanare la suora da Napoli, spedendola prima nel Monastero di Sant’Antonio da Padova, poi a Cerreto Sannita ed infine a Nocera. Al rientro il popolo l’amava ancor più di prima, convinti della sua innocenza. Il 12 Luglio 1615 arrivò la sentenza: Suor Giulia, padre Aniello e l’avvocato De Vicariis furono portati alla chiesa romana di Santa Maria alla Minerva e, dopo essere stati torturati con la corda, confessarono tutto salvandosi dall’accusa di eresia e dalle fiamme. I tre morirono nelle due prigioni di Castel Sant’Angelo.

Suor Giulia è rimasta nella storia napoletana e ancora oggi non si capisce se fosse una donna ingenua e sfortunata oppure una donna molto furba.

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